Il distintivo di appartenenza

Il distintivo di appartenenza….

Se c’è una cosa che la società contemporanea sa fare bene, è vendere distintivi. Non di latta, come una volta. Distintivi più sofisticati: il locale giusto, il quartiere giusto, la foto giusta, le conoscenze giuste, la vacanza giusta, il tavolo giusto. Una sfilata continua di certificati invisibili che dovrebbero dimostrare che ce l’hai fatta.

Ma fatta a fare cosa?

A essere invitato dove tutti vogliono essere invitati. A frequentare persone che contano. A vivere nei luoghi che contano. A parlare delle cose che contano. Eppure quasi nessuno si ferma a chiedersi chi abbia deciso cosa conti davvero.

La verità è che una persona con carattere e carisma autentico non ha bisogno di un lasciapassare sociale. Non sente il bisogno di essere timbrata da una cerchia per esistere. Non misura il proprio valore dal numero di porte che riesce ad aprire, ma dalla libertà con cui può permettersi di ignorarle.

Il sistema attuale si regge su una gigantesca illusione: farti credere che l’appartenenza sia una conquista. Che il riconoscimento esterno sia una forma di realizzazione personale. Così milioni di persone passano la vita a recitare una parte, a costruire un’immagine, a rincorrere una versione di sé che possa essere approvata da qualcuno.

E il bello è che il traguardo non arriva mai.

Perché appena raggiungi un livello, ne compare un altro. Hai l’amicizia giusta? Te ne serve una migliore. Vivi nel posto giusto? Ce n’è uno più esclusivo. Frequenti l’ambiente che conta? Esiste un ambiente che conta ancora di più. È una corsa organizzata in modo perfetto: il premio è sempre qualche metro più avanti.

Chi vive per piacere agli altri finisce inevitabilmente per non piacersi mai.

Perché il giudizio degli altri è una moneta svalutata in partenza. Oggi vali, domani sei superato. Oggi sei dentro, domani sei fuori. Oggi sei interessante, domani c’è qualcuno di più giovane, più ricco, più visibile, più alla moda.

E allora arrivano l’ansia, l’affanno, quella sensazione di dover continuamente dimostrare qualcosa. Non perché si stia costruendo un’esistenza significativa, ma perché si sta cercando disperatamente di mantenere una tessera associativa che scade ogni giorno.

Il rischio di rimanerne vittima lo corri, ma forse è l’età che insegna certe cose, oppure semplicemente la stanchezza di aver osservato abbastanza persone correre senza sapere dove stessero andando.

A un certo punto si comprende che la vera ricchezza non è appartenere, ma è potersi permettere di non appartenere.

Alzarsi la mattina e fare ciò che si ritiene giusto, interessante, soddisfacente, non perché impressioni qualcuno, non perché produca uno status, non perché possa essere esibito come un trofeo sociale, ma perché è coerente con ciò che si è.

È una forma di lusso che nessun ambiente esclusivo può offrire.

Il vero lusso è potersi permettere di stare seduto a un tavolo da solo a sorseggiare la bibita che ti piace e non il “cocktail del momento” a guardare quella folla affannata di aspiranti vincenti e poter scrollare le spalle. Perché chi sa stare da solo non è escluso da niente. È libero da tutto.

Gli altri continuino pure a correre.

Continuino a collezionare inviti, fotografie, relazioni strategiche, simboli di prestigio e medaglie immaginarie. Magari vinceranno anche la gara.

Il problema è che quasi nessuno si chiede se valesse la pena iscriversi.

E quando arriverà il conto, perché arriva sempre , non verrà chiesto quanti ambienti hai frequentato, quanti nomi importanti avevi in rubrica o quanti ti consideravano uno dei loro.

Resterà una domanda molto più semplice e molto più scomoda: hai vissuto la tua vita o hai passato il tempo a chiedere il permesso di viverla?

Vuoi ricevere le prossime novità e offerte in anteprima?

Contattaci