
A un certo punto la casa dei genitori passa ai figli.
Sulla carta è semplice, prima era dei genitori, adesso è degli eredi.
Nella realtà, insieme alla casa si ereditano mobili, fotografie, bollette e decisioni che nessuno vuole prendere.
Se gli eredi sono tre, la casa appartiene a tutti.
Le spese anche, le decisioni a nessuno.
Il primo vorrebbe vendere, il secondo aspetterebbe, il terzo vive lontano, non si occupa di nulla ma, appena gli altri decidono qualcosa, non è d’accordo.
La divisione ereditaria perfetta:
uno decide, uno rimanda e uno rompe l’unanimità.
Intanto il condominio non partecipa al lutto.
Le quote arrivano, le imposte pure. Una piccola infiltrazione, lasciata tranquilla, comincia a conquistare il soffitto.
La casa è vuota, ma economicamente gode di ottima salute.
Ogni tanto qualcuno propone di svuotarla.
Ed ecco il servizio di piatti della mamma.
Nessuno lo usa da trent’anni, non piace a nessuno e basterebbe per apparecchiare una cena al Quirinale.
Ma non si può toccare.
Poi c’è il comò della nonna. Non lo vuole nessuno, pesa quanto una berlina e per spostarlo servono quattro uomini, una gru e probabilmente la SCIA.
Ma non si può buttare, è diventato il quinto erede, così si rimanda.
Dopo l’estate… dopo Natale…a primavera, con calma.
Passano due anni.
La casa resta lì a conservare i ricordi, la polvere e le ricevute del condominio.
Qualcuno propone di tenerla per i figli.
I figli lavorano altrove e, quando gli chiedono se un giorno vorrebbero abitarci, assumono quell’espressione riservata agli adulti che hanno appena pronunciato una sciocchezza con grande convinzione.
La verità è che spesso la casa non si conserva perché serve.
Si conserva perché venderla sembra definitivo.
Finché le tazze restano al loro posto, abbiamo l’impressione che una parte della vita precedente sia ancora lì.
Ma vendere una casa non significa vendere ciò che vi è accaduto dentro.
I compleanni non sono compresi nel prezzo, le domeniche a pranzo non passano all’acquirente.
Le persone non vengono consegnate al rogito insieme alle chiavi.
Restano dentro chi le ricorda.
La casa, invece, continua a invecchiare.
Gli eredi dicono che la cucina è stata rifatta recentemente, era il 1997.
Il bagno è “ancora nuovo”, ha le piastrelle color salmone e una greca con i delfini, ma è stato usato pochissimo.
Anche il telefono a disco funzionava bene, non per questo qualcuno lo cerca su Immobiliare.it.
Il ricordo ferma il tempo, il mercato se ne frega.
Ed è qui che bisogna distinguere due valori.
Quello affettivo appartiene alla famiglia e può essere immenso.
Quello immobiliare interessa a chi compra.
L’acquirente vede la casa, i lavori da fare e il proprio futuro. Non può vedere tutto ciò che vi abbiamo vissuto noi.
Non è insensibile, semplicemente non c’era.
Vendere quella casa non cancella il passato. Smette soltanto di farlo pagare ogni mese agli eredi.
I ricordi si possono portare via, il resto si vende, si dona oppure finalmente si butta.
Compreso il comò della nonna.
Naturalmente dopo aver convocato tutti gli eredi, ottenuto l’unanimità e verificato che non sia abusivo, o peggio ancora…adesivo.