
A sessantadue anni uno dovrebbe avere imparato almeno una cosa.
Che la serenità vale più di parecchie altre sciocchezze.
Più della macchina nuova. Più dell’orologio che deve far capire quanto hai guadagnato. Più della vacanza da fotografare bene perché, se non la vedono gli altri, sembra quasi che tu non ci sia stato.
La serenità è sapere che quello che hai ti basta.
Non in senso francescano. Non voglio andare in giro scalzo a distribuire margherite.
Intendo dire che, a un certo punto, dovresti riuscire a distinguere ciò che vuoi e ciò di cui hai bisogno davvero da quello che ti hanno insegnato a desiderare per non sembrare meno degli altri.
Io, dopo più di quarant’anni da agente immobiliare, questo almeno credo di averlo capito.
Ho lavorato, ho guadagnato, a volte bene, a volte meno bene. Come tutti quelli che fanno un mestiere vero e non raccontano favole sui social.
Oggi quello che guadagno è sufficiente ai miei bisogni.
E questo mi rende abbastanza sereno.
Poi, naturalmente, ci sarà sempre qualcuno pronto a liquidare tutto con il mezzo sorriso di chi ha già capito il mondo: “Parla così perché non lavora.”
Tranquillizzatevi…lavoro abbastanza da non dovervi invidiare.
È proprio per questo che posso permettermi di criticare il mestiere senza chiedergli l’elemosina.
Perché c’è una cosa che continua, con mio sincero rammarico, a provocarmi una certa irritazione.
La meritocrazia.
O meglio: la sua sistematica assenza.
Non è un lamento.
Non cerco consolazione e non recrimino affari persi.
È insofferenza. Quella che provo ogni volta che vedo la competenza diventare un dettaglio e l’approssimazione cavarsela benissimo soltanto perché, in quel momento, ha in mano il prodotto giusto.
Per quarant’anni ho cercato di migliorarmi.
Non perché me l’avesse ordinato il medico, ma perché ho sempre pensato che se una persona ti affida una casa, oppure sta per spendere magari trecentomila euro per comprarne una, tu debba sapere, possibilmente con una certa precisione, cosa stai facendo.
Mi sono interessato agli aspetti commerciali, a quelli tecnici, a quelli contrattuali e soprattutto a quelli giuridici.
Ho letto, studiato, chiesto, controllato e approfondito.
Continuo a farlo ancora oggi.
Perché una compravendita immobiliare non è una gita aziendale.
Non basta aprire una porta e dire:
“Questo è il salone.”
Grazie tante, in effetti, si vede.
Il professionista serve quando le cose non si vedono.
Serve quando dietro una visura c’è qualcosa da capire. Quando una provenienza va letta bene. Quando una clausola scritta male può diventare un problema. Quando una banca rallenta. Quando salta fuori un’ipoteca. Quando la conformità urbanistica non è quella che sembrava. Quando bisogna dire al cliente una cosa che non gli farà piacere.
È lì che dovresti vedere la differenza.
Dovresti.
Poi arriva la realtà.
E nella realtà capita che tu abbia passato metà della vita a cercare di diventare più competente e quello accanto a te, in bermuda, con la voce da altoparlante dello stadio e una delicatezza relazionale che metterebbe in imbarazzo uno scimpanzé, faccia esattamente gli stessi affari.
A volte pure di più.
Perché?
Perché ha la casa che in quel momento vuole il cliente.
Fine.
Quarant’anni di esperienza? Interessante.
Preparazione giuridica? Bella roba.
Capacità di prevenire problemi? Molto professionale.
Ma lui ha il trilocale con terrazza
E allora improvvisamente diventa Einstein.
Perché se uno ha tante case allora è bravo, come dire che se ho il frigo pieno allora sono Cracco.
Peccato che però la quantità degli ingredienti non certifica l’abilità del cuoco.
Questa cosa, lo dico con tutto il garbo di cui sono capace, mi disturba parecchio.
Non per i soldi.
Quelli sarebbero la spiegazione più semplice.
E invece no.
Mi urta per una questione quasi morale.
Perché significa che ancora oggi una parte consistente dell’utenza affronta una delle operazioni economiche più importanti della propria vita con lo stesso criterio con cui sceglie un paio di scarpe senza essere capace di riconoscerne il merito.
E riconoscere il merito richiede cultura.
Non intesa necessariamente come lauree, ma forse dal lato pratico, ancor più importante, serve la cultura intesa come capacità di distinguere.
Di capire la differenza tra chi conosce una materia e chi semplicemente ne parla.
E invece no, si continua prima a guardare il prodotto, poi, forse, chi glielo sta vendendo.
È esattamente il contrario di ciò che si dovrebbe fare.
Prima si sceglie il professionista, poi
con lui si sceglie il prodotto.
Perché una bella casa rimane una bella casa anche se chi te la propone non distingue una trascrizione da una trasfusione.
Ma i problemi, quando arrivano, non li risolve il terrazzo.
E lì magari scopri che il signore in bermuda, quello che durante la visita urlava:
“QUESTA VA VIA SUBITO!”
in realtà non sa nemmeno spiegarti cosa hai firmato.
Ma ormai hai firmato.
E allora parte il grande classico:
“Eh, ma tanto c’è il notaio.”
Certo.
C’è anche il pronto soccorso.
Questo non significa che sia intelligente buttarsi dalle scale.
Il notaio tutela l’atto notarile.
Non deve sostituirsi alla competenza di chi ti ha accompagnato per mesi dentro una trattativa.
E soprattutto non dovrebbe essere l’ultima barriera contro le leggerezze fatte prima.
Ma questo concetto, evidentemente, è meno affascinante della cucina con penisola.
La cosa paradossale è che spesso chi parla con cognizione viene guardato con sospetto.
Troppo preciso.
Troppo informato.
Troppo articolato.
“Questo parla bene, bisogna stare attenti.”
Mentre quello che arranca, alza la voce, semplifica tutto e magari conclude ogni frase con:
“Stia tranquillo, ci penso io”
trasmette una straordinaria sensazione di autenticita’.
È quasi commovente.
La competenza insospettisce.
L’approssimazione rassicura.
Sembra quasi che per risultare onesti bisognerebbe sapere un po’ meno.
Mi dispiace, non ce la faccio.
Ho impiegato quarant’anni a imparare e non ho nessuna intenzione, neppure per esigenze di marketing, di fingermi meno preparato per risultare più simpatico.
E soprattutto non rinnego niente.
Non rinnego una sola ora passata ad approfondire un problema. Non rinnego una sentenza letta.
Non rinnego una telefonata a un tecnico per capire meglio. Non rinnego una domanda fatta a un notaio o a un avvocato.
Non rinnego neppure tutte le volte in cui ho perso un affare perché ho detto al cliente una verità che qualcun altro avrebbe tranquillamente evitato di raccontargli.
Oggi viene spesso premiato quello che racconta di non sbagliare mai. Quello del «vendo tutto», «risolvo tutto», «nessun problema».
Ma dopo quarant’anni di mestiere, forse il professionista veramente esperto è proprio quello che davanti a una situazione complicata sa dire:
«Proviamo. Credo che si possa fare. Ma prima vediamo dove potrebbe saltare tutto.»
Perché chi non sbaglia mai, normalmente, appartiene a due categorie: quelli che non fanno niente e quelli che non si sono accorti di aver sbagliato.
Alla fine la serenità è anche questa.
Poter perdere qualcosa senza perdere se stessi.
A sessantadue anni non ho più bisogno di vincere tutte le battaglie.
Ma non ho nemmeno voglia di fingere che certe cose non mi infastidiscono.
Mi infastidisce vedere l’incompetenza premiata.
Mi infastidisce vedere la superficialità scambiata per semplicità.
Mi infastidisce vedere professionisti preparati messi sullo stesso piano di chi considera sufficiente avere una chiave, un telefono e una parlantina da piazza.
Poi passa, perché alla fine arriva quella famosa serenità.
Quella vera.
Quella che ti permette di guardare il collega in bermuda mentre parla al telefono come se dovesse essere sentito anche nel comune accanto, il cliente che gli corre dietro perché “ha proprio la casa che cercavamo”, e pensare:
va bene.
Andate.
Divertitevi.
Io resto qui.
Continuo a studiare.
Continuo a lavorare come so.
Continuo a dire le cose che vanno dette anche quando non convengono.
Non sarò premiato sempre.
Probabilmente non sarò premiato nemmeno abbastanza.
Ma almeno, quando la sera mi tolgo le scarpe, non devo togliermi anche la dignità.
E a sessantadue anni, credetemi, comincia a essere un lusso mica da poco.